Chiudiamo il ciclo di interviste per smontare i luoghi comuni sulla scrittura – #KillyourDarlings – con una personalità nota qui al Laboratorio, lo scrittore e editor Germano Hell Greco. Lo seguo dai primi anni Dieci, da quando pubblicava su un blog collettivo di genere apocalittico e ho poi continuato a seguirne l’evoluzione letteraria, anche nel campo dell’editing.
Mi rispecchio molto nel suo modo di intendere il lavoro di revisione che accosta alla leggerezza necessaria per interferire con i mondi altrui, la lungimiranza che ti permette di riconoscere un testo, quando è veramente valido.
Come ho anticipato, questa intervista ha lo scopo di sfatare o, al contrario, confermare alcune delle credenze più diffuse sul mestiere di scrivere, quelle che si sentono ripetere spesso come un ritornello, ad esempio: “scrivi di quello che conosci”. Tu sei d’accordo, bisognerebbe scrivere solo di quello che si conosce?
“Scrivi di ciò che conosci” significa scrivere di ciò che hai vissuto, o stai vivendo. Faccio un esempio: nessuno potrà mai raccontare una terra come colui/colei che l’ha vissuta da quando è nato/o. Le sue sfumature più intime e particolari. Un ritratto di Milano fatto da uno che non c’è mai stato non sarà mai efficace quanto quello di un milanese DOC. Ciò non toglie che l’abilità dello scrittore è innanzitutto immaginare, immedesimandosi in situazioni e mondi che non sono mai esistiti. Quindi direi che esperienza e immaginazione sono entrambe doti valide e insostituibili.
Al secondo posto, tra le espressioni più ricorrenti c’è sicuramente “Kill your darlings”. Non so bene come tradurlo e se ci sia un corrispondente in italiano, vuoi spiegarcelo tu?
Non ho idea se ci sia un corrispondente, ma di sicuro il principio c’è, ed è valido: bisogna liberarsi (cancellare – senza pietà, aggiungo io) di tutte quelle parti del testo, scene, situazioni, personaggi, che non servono alla storia. La storia (l’intreccio), la sua efficacia, è l’elemento da preservare a tutti i costi. Dico sempre agli autori con cui lavoro: “Fino alla pubblicazione, un testo è come creta, può cambiare forma a piacimento. Non dovete mai affezionarvi alla bozza, ma al testo finale.”
Segue la nota “per scrivere bene, bisogna leggere tanto”. Luogo comune o regola che sarebbe bene marchiarsi a fuoco?
Io sono convinto che alla base ci debba essere innanzitutto la capacità. Il talento, se vogliamo. Non tutti possono scrivere, così come non tutti possono dipingere o costruire case. Leggere tanto senza capire ciò che si sta leggendo, senza assorbire ciò che ci può essere utile per affinare il nostro stile è inutile. Ciò detto, una volta appurato di avere le necessarie capacità, sì, leggere è sempre una buona abitudine.
Chiariti i fondamentali, passiamo a quelli che tra gli esordienti sono gli argomenti più dibattuti: “è più importante avere una buona idea o scrivere bene?”, e ancora “si scrive per se stessi o per il pubblico?”
Riguardo la prima domanda: personalmente ritengo che per definirsi autori si debbano conoscere i fondamentali, ovvero la grammatica. Un testo sgrammaticato non passa, in nessun concorso, in nessuna casa editrice che si definisca seria. Potreste anche avere l’idea più bella di tutti i tempi, ma se il testo presenta verbi sbagliati o altri orrori, sarà rispedito al mittente, senza se e senza ma. Quindi occorre studiare la lingua.
Sulla seconda domanda: scrivete per voi stessi, se volete trovare il vostro pubblico.
Infine, detto tra di noi, gli editor commettono errori?
Assolutamente sì. Chi afferma il contrario mente. Gli editor commettono errori perché non sono macchine. Si spera, da editor, di commetterne pochissimi, o di non commetterne affatto, si lavora perché ciò accada. Ecco perché, ricollegandomi alla domanda precedente, è essenziale per l’autore conoscere la lingua, perché l’editing è un lavoro di collaborazione attiva con l’autore. E anche quest’ultimo deve rendersi conto di eventuali errori.
Cosa ne pensi delle Intelligenze Artificiali, credi che saranno utili proprio per evitare gli errori del mestiere o le vedi più come una minaccia?
Credo che comporteranno un impigrimento generale. In altri settori, come quello della programmazione, ad esempio, sta già accadendo, con tecnici di recente formazione che ignorano le basi del loro stesso mestiere, perché si affidano in toto all’IA. Perché impegnarsi a scovare i difetti di un testo, un lavoro di estrema concentrazione e fatica, se una macchina può farlo – o potrà farlo – al nostro posto? Il problema si presenterà nel momento in cui, per un motivo o per l’altro, la macchina non sarà disponibile, e noi non saremo più in grado di svolgere il nostro lavoro da soli. Evitare la dipendenza da fattori terzi dovrebbe essere fattore sine qua non in qualunque lavoro.
Sapresti riconoscere un testo scritto dall’intelligenza artificiale? Te la senti di affrontare il nostro test e dirci come è andata?
Evidentemente no. Ho ottenuto un punteggio di 50% di risposte esatte. E credo che in futuro sarà sempre più complicato distinguere tra umano e macchina.
![Le verità sull'editing, oltre i luoghi comuni [ep. 4], con Germano Greco 1 Test per riconoscere un testo scritto dall'intelligenza artificiale](https://storiacontinua.com/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2025-03-05-075227.png)







