La cito spesso quando si tratta di riportare esempi concreti di pubblicazione indipendente. Era il 2021 quando Laura Usai mi contattò per lavorare alla revisione de La donna senza nome, secondo volume della trilogia La Curatrice. Da allora, in cinque anni abbiamo portato a termine ben sette romanzi che spaziano dalla narrativa storica a quella per ragazzi, passando dalle atmosfere più gotiche a quelle della commedia.
Non so mai cosa aspettarmi quando mi scrive per farmi sapere che ha messo la parola fine a un’ultima stesura ed è pronta per la revisione; lei sa che da quel momento in poi la incalzerò su ogni minimo dettaglio del testo che non mi convince. Il nostro è un metodo ormai collaudato, finalizzato alla migliore riuscita delle storie e poi ci divertiamo un mondo, dalla prima lettura fino all’ultimo giro di bozze, a stare a stretto contatto con dei personaggi da portare al limite estremo.
Ho chiesto a Laura di condividere nel Laboratorio la sua esperienza anche perché in questi anni l’ho vista fare, come si dice, le cose perbene: ha reinvestito su stessa come autrice, con metodo e ponderatezza ha seguito tutti i passi necessari per costruirsi una base solida di lettori, e a me sembra quasi di essere cresciuta insieme a lei in questo percorso nel self-publishing che, per quanto possa essere in salita, non deve per forza essere solitario.
Qual è, ad oggi, il tuo bilancio da autrice indipendente?
Io dico sempre che la mia è una scelta consapevole, non una seconda opzione. Sono quel tipo di persona che accetta di buon grado consigli e aiuto da chi ne sa più di me, ma che sopporta poco le imposizioni. Autopubblicarmi, in questo senso, mi garantisce la libertà di cui ho bisogno. Posso decidere su cosa scrivere, quali tempi darmi, senza contare che posso seguire tutta la parte di grafica. I diritti d’autore restano miei e posso accedere sempre ai report di vendita, ogni volta che voglio.
Restando in tema vendite, le royalty provenienti da Amazon KDP sono decisamente più alte di quelle concesse dalle case editrici. Ovvio che anche il self publishing ha i suoi limiti, per esempio per quanto concerne la presenza nelle librerie fisiche e nelle fiere di settore (anche se qui ho notato con piacere che le cose si stanno un po’ muovendo). Può inoltre essere una strada non adatta a tutti, perché serve una certa autodisciplina, bisogna essere capaci di lavorare autonomamente, darsi delle tempistiche e rispettarle.
Come autrice indipendente, ho dovuto cercare da me altri professionisti con cui collaborare e fare anche investimenti economici. Poi c’è tutta la parte di marketing. Sarebbe bello poter scrivere e basta, mentre il libro si vende da solo, invece bisogna fare promozione, impegnarsi a creare quasi quotidianamente contenuti, scervellarsi con le ADS.
Bisogna essere pronti a non essere solo autori, ma editori di noi stessi.Attualmente ho pubblicato con una casa editrice solo gli audiolibri della mia trilogia “La Curatrice” ed è stata una bella esperienza. Sarebbe stato impensabile, per me, cercare tre doppiatori, affittare uno studio di registrazione e fare tutta una serie di cose di cui non sapevo assolutamente nulla. Credo, in definitiva, che una soluzione ibrida possa essere l’ideale.
Il desiderio di fondo resta quello di far conoscere la propria storia a più persone possibili (altrimenti perché pubblicarla?). Quando ho iniziato non mi sarei mai aspettata di fare il botto già al mio esordio. All’epoca non avevo modo di fare confronti, non sapevo se i miei numeri fossero buoni, ma a quanto pare lo erano. Me ne sono resa conto quando chi ne sapeva più di me me lo ha fatto notare.
Al di là delle vendite e delle classifiche, ci sono stati anche altri riconoscimenti importanti. Per esempio, nel 2023 sono stata invitata da Amazon Kindle Direct Publishing al Salone del Libro di Torino per tenere il panel “Self Publishing, casi di successo” con altri tre autori self. È stata un’occasione bellissima per raccontare la mia esperienza e il mio percorso da autrice che ha scelto di autopubblicarsi, ma anche per conoscere di persona i miei lettori.
Un’altra bella soddisfazione è stato vincere l’anno scorso l’Indie Book Jacket Award alla Bologna Children’s Book Fair, la fiera internazionale più importante dedicata all’editoria per bambini e ragazzi, per la copertina del mio libro Una sete insaziabile di inchiostro (che mi aveva già resa fiera arrivando in seminale al concorso indetto da Salani “Scrittori si diventa”, entrando nei primi venti su più di quattrocento libri partecipanti).
Come trovi le idee per un libro, come decidi poi su quale puntare?
Ogni libro ha una storia a sé, ma a voler essere sincera non sempre ricordo cos’abbia dato il via. Il più delle volte mi succede questo: arriva una scena, senza contesto, senza motivo. Subito dopo inizio a scrivere, seguendo quell’ispirazione improvvisa, ma non sempre questo mi porta a qualcosa. Può capitare di perdere l’entusiasmo, perché l’idea non risulta poi così bella, oppure può succedere che semplicemente non sia ancora il momento giusto per quella storia. In pratica porto avanti le storie che prendono il via da subito facilmente, che sento il bisogno di scrivere.
Certo, in quanto autrice indipendente non posso permettermi di ignorare del tutto il mercato, è comunque necessario fare delle scelte ponderate su quali storie scrivere e quando. Ciò non significa che mi pieghi totalmente alle logiche del mercato, amo cambiare, mettermi alla prova e, soprattutto, scrivere ciò che mi piace.Ogni tanto mi sono sentita dire che sono “fissata” con l’età vittoriana, ma cosa posso farci? Mi piace calare i miei personaggi in quelle atmosfere fatte di stanze rischiarate a lume di candela, divani rivestiti di velluto a guardia di un camino acceso, viaggi in carrozza… Adoro descrivere l’arredamento delle case dell’epoca! Un’epoca in cui la letteratura gotica cambia forma con capolavori come Jane Eyre, Cime tempestose, Il ritratto di Dorian Gray, Dracula. Forse è proprio la mia passione per la letteratura inglese che mi riporta spesso a quegli anni.
Amo i classici, credo siano il mezzo migliore per conoscere da vicino un’epoca ormai lontana. E poi ci sono i preraffaelliti, la mia corrente artistica preferita. Senza contare tutte le stranezze dei vittoriani, la loro doppia moralità, il fascino che nutrivano per lo spiritismo. È anche un’epoca di grandi contraddizioni: da un lato un’Inghilterra proiettata verso il futuro e il progresso, con la seconda rivoluzione industriale e la prima esposizione universale, dall’altro, un’Inghilterra segnata da profonde ingiustizie sociali, che sfrutta i lavoratori, spesso bambini, rendendo i poveri ancora più poveri. Mi piace la Storia e mi piace poter raccontare tutto questo attraverso i miei libri, anche perché per scriverli devo fare tanta ricerca e così apprendo sempre cose nuove.
Inizio a scrivere seguendo un’idea, poi mi lascio coinvolgere dai personaggi e a un certo punto mi fermo, e decido come la storia deve proseguire. Più le vicende sono complesse e intricate, prima arriva questo momento. Per aiutarmi, parallelamente preparo altri documenti: quello con la “cronologia degli eventi”, cruciale per tenere sempre traccia di ciò che accade, così da poter far muovere i personaggi coerentemente nel tempo; e quello dedicato proprio ai personaggi, dove invento le loro storie. Non mancano fogli e fogli di appunti dove, per esempio quando sono indecisa, butto giù idee e alternative, per poi decidere con quali continuare.
Nel caso di un thriller, credo che lasciarsi guidare solo dall’ispirazione sia controproducente: sono davvero troppi i dettagli e le dinamiche che bisogna considerare, anche nel caso di una prima bozza. In sostanza, non si può scrivere senza sapere dall’inizio dove andrà a parare la storia (specie se c’è di mezzo un’indagine per omicidio). Ciò non significa che la mia prima bozza venga perfetta, anzi, ma quantomeno il grosso della storia sta in piedi fin da subito. Mi è capitato comunque di fare cambiamenti importanti, di scrivere una seconda stesura che era in realtà più una seconda versione della storia, poi arriva la terza, dipende tutto da ciò di cui la storia ha bisogno. Quel che conta è non avere mai paura di fare modifiche, anche se consistenti.
Come si inserisce la fase di editing nel tuo processo di scrittura?
La paura di perdere il controllo, il potere decisionale, su quella che è la tua creatura può spaventare. Quel che intendo è che è facile pensare all’editor come alla figura che cambierà completamente la tua storia. Anch’io, ammetto, inizialmente temevo fosse così. Poi ho conosciuto Sonia. Avevo quasi ultimato la prima stesura del seguito del primo volume della mia trilogia e mi sentivo un po’ sopraffatta: era la storia più lunga che avessi mai scritto (fino a quel momento), con un doppio filone narrativo e tanti misteri e intrecci. Ho temuto che da sola non sarei stata in grado di tenere le fila di tutto in modo coerente. Senza contare che le vendite del primo volume erano andate decisamente oltre le mie aspettative. Ho pensato: “forse ho bisogno un paio di occhi in più, qualcuno che mi aiuti a capire se ci sono buchi di trama, se posso fare meglio di così”. Ma non una persona qualsiasi, qualcuno che faccia questa cosa di mestiere, che sappia indirizzarmi nella direzione giusta in modo obiettivo. E così è stato.
Sonia non è arrivata per stravolgere il mio lavoro, tutt’altro: quando qualcosa secondo lei non funziona, si limita a farmelo notare, incalzandomi con domande mirate e spronandomi a trovare delle alternative. Questo non significa che non faccia mai a sua volta delle proposte, ma credo che preferisca che per prima provi io a trovare le soluzioni. Ed è bello, perché è anche così che continuo a sentire mia la storia. Poi lei approva o demolisce (ma con gentilezza) le mie soluzioni, finché non siamo entrambe convinte.Ci tengo a precisare che sottopongo i miei testi all’editing solo quando mi reputo davvero soddisfatta, o quando reputo di essere arrivata fin dove potevo. Ciò nonostante, il primo giro di editing è di certo il più tosto. Insomma, sulle prime hai sempre quel terrore cieco di aver scritto un disastro, che dopo le modifiche la tua storia sarà completamente diversa, ma in realtà questo non è mai accaduto. L’editing è un confronto continuo fatto di commenti, correzioni, scambi di (lunghissime) e-mail, necessario per poter ottenere la versione migliore della storia. In sostanza, non cambia il tuo modo di scrivere, piuttosto perfeziona ciò che hai già scritto.
Qual è la tua visione del futuro, dati i repentini mutamenti nel settore?
È una domanda difficile, onestamente se avessi la sfera di cristallo non so se avrei il coraggio di sbirciarci dentro! Specie per quanto riguarda l’AI, trovo difficile prevedere effettivamente che impatto avrà. Guardando al presente, però, ciò che ho notato è che l’intelligenza artificiale ha velocizzato e dunque aumentato ulteriormente il numero di pubblicazioni, lasciando che spesso sia la qualità a rimetterci.
Stando ai dati forniti dall’Eurostat, però, nel 2024 l’Italia è risultata terzultima in Europa per numero di persone che hanno letto almeno un libro (35% contro il 75% del Lussemburgo, prima in classifica); e sempre due anni fa, sono stati stampati 85mila titoli, di cui solo 3300 hanno superato le 2000 copie vendute.
Lancio una provocazione: in un Paese dove si legge poco, è davvero necessario dare alle stampe così tanti titoli?
Se si prosegue su questa strada, il ciclo di vita commerciale sugli scaffali si accorcerà drasticamente.L’altro grande attore che sta portando a mutamenti nel settore editoriale sono certamente i social. Booktok e Bookstagram ormai hanno un’influenza tale da poter decretare il successo di un libro, spesso sono loro a dettare i trend, che le case editrici prontamente seguono. Io, in quanto autrice indipendente, non potrei mai farlo. Non è una questione di integrità morale o simili, intendiamoci, semplicemente nel mio caso ci sono solo io, mentre le case editrici possono attingere a centinaia di autori, puntare alla traduzione di libri che hanno già avuto successo all’estero, cambiare rotta in corso d’opera, insomma. Per un’autrice indipendente emergere è sempre più difficile, spesso mi sento un pesciolino nell’oceano.
Al di là di questo, parlando in veste di lettrice auspico che questa matta rincorsa al denaro non conduca mai a una totale perdita di autenticità e qualità; i libri saranno anche prodotti, ma va ricordato che il loro ruolo resta quello di veicolare storie e messaggi, stimolare il pensiero critico, diffondere cultura. Racchiudono una promessa per il lettore, che spero non verrà mai tradita.


