Poco prima della pausa estiva ho preso la mia certificazione al corso AI for Editors, tenuto da Erin Sevaris (Servais Training Company), il primo e forse ancora unico percorso pensato per l’editoria, che ti porta dal prompting allo sviluppo di veri e propri assistenti automatizzati, a cui affidare i compiti che possono risultare più ripetitivi nella revisione editoriale. Ebbene, faccio i miei esercizi, supero il primo e il secondo livello, ma devo confessare che ne sono uscita alquanto frastornata dall’ostentata fiducia, tutta ammerricana, nella tecnologia per cui ben venga qualsiasi cosa può farti risparmiare tempo per concentrarti sugli aspetti più importanti del lavoro, quello che solo tu con la tua esperienza “umana” puoi svolgere, because time in money, baby… Senza fermarsi a riflettere, però, che dietro i cosiddetti compiti noiosi e ripetitivi siedono ancora delle persone la cui sostituzione avrà delle ripercussioni.
SI CREERANNO NUOVI POSTI DI LAVORO!
Sento già ribattere qualcuno, certo, ma a quale costo e soprattutto dove l’ho già sentita questa? Ah sì, la chiamavano gig economy (e sappiamo già come è andata a finire). Dunque, ho come il sospetto che ci troviamo di fronte a qualcosa di più dell’ultima innovazione tecnologica e che il paragone con i computer che arrivano e sostituiscono le macchine da scrivere non reggerà ancora per molto. Se non vogliamo restare fregati dall’ennesimo bisogno creato dal mercato per venderci un prodotto spacciato per indispensabile, ché non vuoi mica restare indietro, dobbiamo cercare di diventare consapevoli delle implicazioni del delegare un atto creativo ad una macchina. Perciò voglio condividere in questo post alcune delle letture e degli studi che ho trovato più illuminati sul tema per tentare di individuare delle strategie di resistenza NON creativa.
Tabella dei contenuti:
Cos’è la creatività
Le speculazioni sul linguaggio come codice, che dunque può autoprodursi a partire da direttive formali, esistono dagli albori del romanzo moderno. I sistemi di intelligenza artificiale generativa non hanno fatto altro che renderle applicabili, mostrandoci quanto i concetti di originalità e creatività possano essere arbitrari. Secondo Margaret Boden, come riporta Niccolò Monti nel suo libro Prompting (Tlon, 2025), non solo la creatività può essere addestrabile, perché basata su facoltà comuni a chiunque, come l’associazione di idee, il ricordo, la percezione, ecc., ma esistono diversi tipi di creatività: combinatoria, esplorativa, trasformativa di idee e spazi concettuali noti; in ogni caso, fa rilevare Monti, l’azione creativa accade situata in preciso contesto che agevola determinate pratiche e non per una vaga capacità esclusiva. Nel contesto attuale, “il prompting diventa un mezzo estetico oltre che tecnico per esplorare uno spazio di possibilità”.

Ciò che di più straordinario ci offrono gli LLM è proprio il poter interrogare questo immenso patrimonio culturale senza – o quasi – intermediari e in un linguaggio colloquiale. Il che non solo apre a nuovi modi di produrre i testi, ma anche di rivitalizzare ciò che sembra caduto nel dimenticatoio, tenere vivo il testo in senso lato. Riprendo dalla prefazione di un bel saggio di Raul Mordenti, Parádosis, Il mistero del testo disvelato:
la tradizione chiusa a chiave nel passato si trasforma subito in un cimitero. A guidarne concretamente la trasmissione sono le forme specifiche in cui si declina, i suoi «dispositivi mobili, continuamente rielaborati e cangianti»: consegna, lettura, copiatura, collazione, correzione, riscrittura, traduzione, spiegazione, glossatura, commento, insegnamento. È un’idea di ri-produzione da prendere alla lettera: «produrre di nuovo il già prodotto». Qualcosa di simile, forse, al «discorso di ri-uso» che la retorica classica contrapponeva al «discorso di consumo». Al centro di tutto c’è la tesi, prettamente politica, che la tradizione sia un bene comune da condividere. Chiudere i libri a chiave, sia pure nel sogno della Biblioteca universale, non significa conservarli ma ucciderli: «solo la condivisione collettiva, la ripetizione pubblica e il confronto, non certo la separazione e il nascondimento, possono garantire la sopravvivenza dei testi nel tempo».
La combinatoria, il remixaggio a partire da opere esistenti non nascono con l’avvento delle IA, però è con queste modalità che interagiamo con esse all’interno delle finestre di dialogo. Quando crediamo di scrivere con l’IA stiamo in realtà ricombinando contenuti già esistenti. Il filosofo Luciano Floridi, nel suo studio Literary Production in the Age of Artificial Intelligence, definisce questo genere di scrittura Distant Writing.
La scrittura a distanza
Scrivere con IA per Floridi “è una questione di fattibilità ampliata nell’applicare contemporaneamente logica modale, la concezione di narrativa come uno spazio illimitato di mondi possibili, principi dello strutturalismo e teoria del design come un processo di esplorazione all’interno di possibilità e vincoli”.
Liberissimi di generare testi di scrittura ravvicinata con gli LLM, ma “questa pratica non riuscirebbe a catturare ciò che è unico nel processo adottato”: la scrittura come un’interrogazione sistematica.
“Il processo iterativo, che conduce al risultato infine pubblicato, non termina automaticamente poiché ulteriori perfezionamenti sono sempre possibili. L’autore determina semplicemente se la scrittura distante sia l’approccio più adatto per realizzare la narrativa prevista”.
Qui sta la distinzione più importante tra le due modalità di scrittura: “la coerenza interna, cioè l’assenza di contraddizioni, è necessaria ma insufficiente […] È inoltre richiesta la coesione, intesa come la co-presenza coerente di connessioni significative […] Ogni storia è solo una delle possibili all’interno di uno spazio illimitato di possibilità narrative.
Per chiarire il concetto, Floridi procede con una serie di esempi di scenari ipotetici consentiti dalla scrittura distante, basati sul romanzo Emma di Jane Austen:
- Controfattuale: “Se Frank Churchill non fosse stato segretamente fidanzato con Jane Fairfax, Emma si sarebbe innamorata di lui.” Questo scenario contraddice gli eventi reali della storia, immaginando un esito alternativo in cui la sincerità di Frank porta a una relazione romantica con Emma, cambiando il suo percorso verso Mr. Knightley.
- Semifattuale: “Anche se il signor Elton non avesse fatto la proposta di matrimonio a Emma, Harriet sarebbe comunque rimasta con il cuore spezzato.” Questo scenario mantiene costante l’esito reale (il cuore spezzato di Harriet) ma immagina un cambiamento nella causa, suggerendo che il suo dolore persisterebbe a causa della sua insicurezza o dei sentimenti mal riposti.
- Ipotesi Proiettata nel Futuro: “Se il signor Knightley dovesse esprimere i suoi sentimenti a Emma domani, lei probabilmente si renderebbe conto del proprio amore per lui.” Questo scenario ipotizza un evento futuro plausibile basandosi sullo sviluppo reale della storia, senza contraddire o modificare fatti già stabiliti.
- Ipotesi Aperta: “E se Emma vivesse in un mondo moderno in cui gli incontri si organizzano tramite app di dating?” Questo scenario reimmagina la storia in un contesto speculativo, scollegato dai vincoli della narrazione originale, esplorando come l’intrusione di Emma potrebbe adattarsi a un contesto tecnologico.
Concentrandosi su questi nodi indeterminati nella rete narrativa, le possibilità del Distant Writing risultano apparentemente inesauribili, secondo il professore, “collegando mondi letterari disparati, autori, periodi, generi, regioni e culture, in un arazzo di riferimenti e relazioni precedentemente difficile o impossibile da realizzare”.
Una letteratura conversazionale, come genere firmato da progettisti umani e LLM — che potrebbero perfino impersonare autori defunti— impegnati in dialoghi strutturati.
Ovviamente, il filosofo non può fare a meno di chiudere il saggio con una domanda filosofica: “se scrivere diventa wrAIting, quindi principalmente una questione di progettazione piuttosto che di esecuzione, se tutti sono architetti e nessuno è muratore, come influirà questo sul nostro rapporto con i processi legati alla riflessione, alla comprensione o al pensiero creativo?”.
A leggere bene tra le sue parole, Floridi ci dà anche una possibile risposta quando fa riferimento al ruolo dell’autore, la cui approvazione porta con sé tutta la responsabilità intellettuale del contenuto condiviso. E’ sempre nella scelta che si distingue la mano dell’autore, lo insegna anche Calvino che sempre viene citato quando si parla di scrittura automatica.

E nel linguaggio del WrAIting o Distant Writing, non si tratta soltanto di determinare come progettare un prompt o quando concludere un processo iterativo, ma anche di stabilire quale strumento scegliere, osservarne i meccanismi di risposta e tentare di comprendere perché un modello funziona in un certo modo.
Le IA, oltre a sollevare criticità sul diritto d’autore, mettono in discussione anche quello che dovrebbe essere un tratto distintivo degli scrittori. Scrive sempre Floridi: “la teoria letteraria tradizionale ha spesso concepito lo stile come espressione della sensibilità o della visione del mondo unica di un autore (Barthes 1967). Ma se un LLM può sviluppare un stile riconoscibile senza coscienza o intenzione, forse lo stile è meglio inteso come un insieme di schemi e regolarità statistiche, alcune delle quali non intenzionali”, dovute cioè all’impronta dei dati su cui i modelli vengono addestrati. Così possiamo osservare i chatbot comportarsi in modo diverso, secondo le richieste.
Stili dei modelli linguistici
Marco Minghetti, che sta conducendo un esperimento di Distant Writing collaborativo, con il romanzo E, ha descritto nel dettaglio come il processo di affinamento dei prompt cambi passando da ChatGPT, Claude e Gemini, scoprendo quanto “ciascuna esprima non solo uno stile peculiare, ma anche limiti strutturali e vocazioni operative diverse”.
Gemini è il generatore: produce materiale abbondante, offre varianti, apre possibilità narrative, suggerisce deviazioni. È prolifico ma prolisso: i suoi output richiedono selezione, perché mescolano intuizioni preziose e ridondanze inutili. Il suo limite è l’eccesso: troppo materiale, troppi aggettivi, troppa enfasi. La sua utilità sta proprio in questo: costringe a scegliere.
ChatGPT è il sintetizzatore: prende materiale complesso e lo riordina, taglia il superfluo, costruisce transizioni, rende la struttura più leggibile. È efficace nel rendere un testo più chiaro, ma il suo limite è speculare a quello di Gemini: diventa troppo sintetico. Perde sfumature, appiattisce il ritmo, elimina ambiguità che invece erano produttive. E, soprattutto, è quello che soffre di più il problema linguistico: i suoi testi hanno spesso una rigidità sintattica che tradisce il “pensare in inglese”.
Claude è l’equilibratore: meno prolisso di Gemini, meno rigido di ChatGPT, più attento alla qualità della frase, più capace di mantenere tono e coerenza atmosferica. Gestisce meglio la lingua italiana, anche se non perfettamente. Lo uso come istanza di sintesi finale: gli sottopongo le versioni prodotte da Gemini e ChatGPT, gli chiedo di valutarle, di segnalare cosa tenere e cosa scartare, di proporre una versione che integri i punti di forza di entrambe. Diventa, di fatto, il co-autore con cui lavoro sulla forma definitiva.
Tutte peculiarità, quelle elencate, che certamente influenzano la stesura, l’impronta, la qualità di un testo, e vi consiglio di continuare a seguire gli sviluppi del romanzo proposto da Minghetti per capire come. Credo però che per il nostro ragionamento sia più utile chiederci perché le IA funzionano in questo modo, per mero calcolo statistico?
Dato che quando scriviamo con le intelligenze artificiali contribuiamo al loro addestramento, gratuitamente, “anziché guardare alla IA come ad una sorta di tecnomagia”, sottolineano gli autori di Nutrire la macchina (Mimesis, 2026), “occorre pesarla come dotata di una storia ben precisa, strettamente integrata nei sistemi politici ed economici esistenti e quando classifica e fa previsioni lo fa al servizio di coloro che l’hanno creata”. Molti dei dataset e dei benchmark comuni su cui vengono addestrati i modelli sono espressione di questa élite, perciò utilizzati per rafforzare ulteriormente la loro posizione.
Ah è qui che volevi andare a parare, sulla politica? Certo che sì, ma non per sostenere che le IA arriveranno a dominare il mondo, visto che è da mo che gli interessi capitalistici ne hanno preso il sopravvento; anzi c’è chi sostiene che l’omologazione alla cultura dominante avvenga già nelle scuole. Racconta Kenneth Goldsmith in Uncreative Writing (Ctrl+C, ctrl+V, Scrittura non creativa, Nero, 2019): “i miei studenti sanno come esprimersi in maniera convenzionale; hanno affinato quelle capacità fin dalle elementari. La conseguenza è che la loro comprensione del linguaggio è spesso monodimensionale, per loro è uno strumento trasparente per esprimere pensieri logici, coerenti e conclusivi, rifacendosi a un preciso sistema di regole”.
Non per niente l’uso pervasivo dell’IA nelle scuole sta diventando un problema. Ma quale posizione dovrebbe assumere uno scrittore, per di più uno scrittore creativo in periodo in cui l’originalità non viene considerata una qualità a cui aspirare?
(Ri) esercitare la (non) creatività
Pensate che Goldsmith scrive il suo libro quando ancora navigare il Web non significava essere risucchiati nella propria oscura bolla algoritmica, il suo obiettivo è proporre una serie di esercizi utili a decontestualizzare il linguaggio – lo slogan dal suo cartellone, il codice dietro una pagina online, un articolo dalla sua cornice giornalistica – per mostrarne la natura materiale e quindi manipolabile:
Se guardiamo meglio ai tipi di parole che imbrattano il nostro ambiente condiviso, ci accorgiamo che si tratta perlopiù di indicazioni prescrittive e direttive: la lingua dell’autorità o in alternativa la lingua del consumismo (la pubblicità, il prodotto, la vetrina). Siamo di fronte al linguaggio come marchio di fabbrica.
Estirpando il linguaggio diventiamo ancora più consapevoli della sua struttura, della sua pervasività, e ubiquità. Allora cominciamo a porci delle domande, processiamo i suoi codici, le sue gerarchie, le sue complessità e ambiguità.
Chi ha stabilito quelle regole? Quanto sono flessibili?
Sono domande che chi scrive, soprattutto affidandosi all’intelligenza artificiale, dovrebbe porsi. Ve le lascio qui, come esercizio per andare oltre – ormai è il nostro mantra – ciò che è visibile sulla pagina; per comprendere, ci ricorda Goldsmith, che anche dietro un font sulla piattaforma che stiamo utilizzando ci sono scelte economico-aziendali non sempre trasparenti, che non di meno ci condizionano.
“Chi gestisce il linguaggio, gestisce le idee e quindi il mondo”. Ora, se il mondo è ridotto a “modalità monotona, le parole sono diventate detriti che esprimono poco e significano ancora meno, così riproducibili all’infinito come sono e a basso costo”, si può creare qualcosa che faccia ancora la differenza?
Leggendo Ctrl+C, ctrl+V, mi è sembrato che la posizione di Goldsmith non differisca da quella espressa da Floridi o degli altri autori citati all’inizio di questo lungo post. Anche lui suggerisce di utilizzare i verbi con ri– e re-, per costruire su ciò che ormai online solo si consuma, “definendo regimi di disorientamento, politiche di scompiglio”:
prendi il linguaggio più odioso che ti viene in mente e neutralizzalo; prendi il più dolce e fallo diventare brutto. Ripristina, riorganizza riassembla, rinvigorisci, rinnova, rivedi, recupera, riprogetta, restituisci, rifai…
Perché la letteratura non dovrebbe adottare un approccio simile se vuole essere destinata a durare nel tempo?, si chiede il nostro. Diversamente – e vi lascio con un’ultima citazione – se l’opera diventa una sorta di algebra valida per se stessa, un puro sistema di segni senza significati, dunque inintellegibili, la letteratura invece di crearsi da sola, non finirà per distruggersi?

Collasso del modello
Se siete arrivati fin qui, avete due strade su cui proseguire: potreste continuare a scrivere come avete sempre fatto, fingendo che l’intelligenza artificiale nemmeno esista, oppure decidere di essere degli scrittori del vostro tempo e opporre alla rassegnata accettazione quantomeno un uso critico della tecnologia, confidando persino che un giorno il modello collassi su se stesso. Pare, infatti, secondo lo studio The Curse of Recursion, che l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale generativa su contenuti prodotti a loro volta da altri modelli porti a un processo degenerativo. E’ scritto lì, nero su bianco:
We show that, to avoid model collapse, access to genuine human-generated content is essential.
Come a dire, esercitatevi con la scrittura NON creativa se volete mandare in tilt il sistema.
Letture consigliate
Come scrivere un romanzo sperimentale “AI-inclusive”, con Paul Olden
“Esecuzione”: una partitura per macchina e lettore, di Andrea Capodimonte

